venerdì 8 aprile 2016

Perchè dovrei?

Volevo scrivere un post con la recensione di alcuni libri che ho letto. Per giorni ho pensato a cosa scrivere. Poi ho pensato: ma perché dovrei?

Non mi piace scrivere recensioni. È evidente: il mio profilo su Goodreads è desolato, quello su amazon pure e su Anobii nemmeno ho mai pensato di farne uno. Mi rendo conto che è intrinsecamente egoista, perché poi adoro quando qualcuno le recensioni le fa a me.
Non fraintendetemi: adoro parlare dei libri che leggo. Adoro chiacchierare di libri e di letture, magari davanti a una birra, raccogliere consigli, notare le differenze tra i miei gusti e quelli degli altri, vedere come si colgono aspetti diversi dello stesso libro, o dello stesso personaggio, con impressioni a volte proprio agli antipodi. Sarò grata in eterno per serate come quella che ho appena descritta e so di essere stata fortunata: nella mia vita ci sono stati tanti momenti così, con molte persone diverse, fin da quando ero bambina.
Sono cresciuta con i libri, l’ho scritto anche nell’incipit del mio libro di fiabe. Circondata dai libri, sepolta dai libri, con una madre meravigliosa che magari non mi comprava vestiti costosi, o mi faceva aspettare Babbo Natale per la Barbie che desideravo, ma mi ha sempre detto che i soldi spesi in libri non vanno mai rimpianti. Sono cresciuta lettrice ed è quello che resto, che voglio rimanere. Sono una lettrice, non un critico. E sono anche molto più lettrice di quanto io non sia scrittrice.
Fatico molto a formulare opinioni sui libri che leggo, a coordinare i pensieri in modo lineare, obiettivo, completo, un’opinione che altri possano trovare utile nel momento in cui vogliono decidere se leggere o meno quel libro, insomma. Se un libro non mi è piaciuto preferisco semplicemente tacere, smettere di considerarlo o di pensare ad esso, elaborare una recensione negativa, o peggio denigrante, mi sembrerebbe uno spreco di tempo, tempo che potrei utilizzare leggendo libri migliori. Raramente ho trovato recensioni negative utili, nel momento in cui ero io a dover scegliere se leggere un libro o meno, e soltanto quando si specificava l’eventuale mancanza di correttezza linguistica del romanzo. Ogni altro tipo di commento negativo difficilmente riesce a spostare la mia decisione: troppo opinabile, troppo dipendente dal gusto personale o anche dallo stato d’animo della persona che ha formulato il giudizio negativo. Al contrario, una recensione positiva può attirare la mia attenzione su qualcosa che altrimenti non avrei scelto: chi usa parte del proprio tempo per esporre i motivi per cui ha trovato di proprio gradimento un libro ha tutto il mio rispetto, la mia ammirazione e il mio ringraziamento, nel momento in cui proprio grazie a quel commento scopro romanzi o autori che altrimenti non avrei considerato. Io però raramente riesco a ricambiare questa enorme gentilezza, lo ammetto, anche con una certa vergogna. In parte, da mamma di due bimbi che lavora a tempo pieno e ha una lista di mille libri da leggere, oltre ad altri mille interessi e faccende da sbrigare, spesso devo scegliere a cosa dedicare il poco tempo che mi resta. Ma molto più spesso questo succede perché sono troppo coinvolta emotivamente nel libro, perché non puoi descrivere qualcosa da fuori quando ci sei ancora dentro.

Ci sono momenti in cui penso che la mia (la nostra?) sia una vera e propria patologia, una specie di psicosi: ci sono libri che mandano in corto circuito qualcosa nel mio cervello, al punto che leggere diventa una delle poche cose a cui riesco a pensare, rendendomi difficile il concentrarmi su altre cose per il bisogno di riprendere il libro in mano e continuare, diventa difficile addormentarmi prima di aver finito il libro e poi, quando questo accade, la lettura mi lascia svuotate, “disidratata”, sfinita, al punto che addormentarsi è comunque arduo. Ci sono stati momenti in cui faticavo ad abbandonare il libro anche per mangiare, faticavo a prestare attenzione a ciò che le altre persone mi dicevano, momenti in cui forse chi mi sgridava per la mia asocialità non aveva poi tutti i torti. Forse sì, sono (siamo?) davvero un po’ matta. Ma poi penso anche che mi è difficile capire come fa la gente a vivere senza provare una passione così intensa per una storia, senza capire quanto – davvero – siamo tutti lì, dentro quelle storie che sappiamo immaginare, raccontare, scrivere e poi leggere: è ciò che ci rende umani. Come scriveva Terry Pretchett, auto-nominarci “Homo sapiens” è stato arrogante, come se potessimo davvero definirci sapienti o saggi in qualche modo, dopo che senza remore mandiamo in malora molte delle cose che tocchiamo con la nostra esistenza. No, non siamo saggi. Siamo solo scimmie, con meno peli delle altre e con, in più, la capacità di raccontare storie e tramandare così la conoscenza, gli avvenimenti, ciò che amiamo, ciò che speriamo o immaginiamo, ciò che è successo, ciò che avrebbe potuto succedere. Ciò che potrebbe ancora succedere. Siamo lì, nelle storie che passano da una mente all’altra, da una penna a un foglio di carta, dallo scrittore al lettore. Siamo Pan narrans, scimmie cantastorie.

Perciò amo molto di più leggere che criticare o esaminare quello che leggo.

Quindi come faccio a farvi capire perché, nelle scorse settimane in cui ho lavorato così tanto per raggiungere l’obiettivo lavorativo che mi ero proposta, ci sono stati alcuni libri che mi hanno salvato il cervello? C’è chi potrebbe chiedersi come può, qualcuno che sta tra computer e scartoffie tutto il giorno, trovare pace e relax in mettersi di nuovo davanti a qualcosa di scritto, per di più in inglese. Ma so che voi non mi farete questa domanda.
Non so davvero cosa dirvi, se non questo: sono libri dei quali vorrei parlare, chiacchierare davanti a una birra per ore, discutere sui personaggi, ricordare i momenti che più mi hanno emozionato e vedere se sono gli stessi che hanno emozionato voi.
Sto parlando della saga Throne of Glass di Sarah J Maas. Nell’ordine i libri sono Throne of Glass, Crown of Midnight, Heir of Fire, Queen of Shadow, ma la saga non è finita, il quinto libro uscirà a Novembre se non ricordo male. È una saga fantasy, in uno dei sensi più “classici” del termine, con magia, rituali, duelli, spade e coltelli. Con una principessa perduta, un regno distrutto, un re malvagio e una storia epica alle spalle, che poco a poco viene svelata. La trama è interessante, vagamente ispirata a Cenerentola all’inizio (a detta dell’autrice), ma con una protagonista che non potrebbe essere più differente, perché aspettare principi e fate madrine proprio non è nelle sue corde.
Finiti i quattro libri (due li avevo già letti diverso tempo fa ma li ho riletti, mentre gli ultimi due erano nuovi per me), ho provato a leggere anche un altro libro della stessa autrice, il primo di una nuova saga, vagamente ispirato alla fiaba della Bella e la Bestia: A Court of Thorns and Roses. Anche qui, lo stile della Maas mi ha conquistata: uno stile che riesce ad essere allo stesso tempo fiabesco e privo di fronzoli inutili. Non saprei come definirlo diversamente.
Uno dei motivi per cui ho trovato rinfrescanti questi libri è l’assenza di tutto ciò che è “primo”: entrambe le protagoniste delle due saghe non sono fanciulle innocenti alle prese con il primo amore. Entrambe hanno una storia alle spalle, che viene svelata poco a poco, ma senza essere approfondita troppo: hanno amato davvero, hanno vissuto quell’amore, hanno perso qualcosa e subito e combattuto, e la storia inizia con una donna già quasi formata, anche se giovane, che deve terminare la propria crescita, non iniziarla da zero. È come quando si conosce una persona nella vita vera: ha un passato, che forse ti racconterà, ma può anche darsi di no perché magari non sono del tutto fatti tuoi, ciò che ti riguarda è la persona che è adesso, alla vita della quale potrai partecipare.


Posso solo dirvi: se vi ispira, provate. Sarò felice di chiacchierare con voi di questi libri, e di mettere un altro bel momento nella mia vita di lettrice.


sabato 12 marzo 2016

Una volta uno scienziato mi disse

Ho pensato parecchio a come scrivere questo post, e ci ho messo molto tempo a decidermi, primo perché lo trovo importante e, come è ovvio, volevo scriverlo bene, secondo perché mi sono resa conto che sarebbe stato molto facile cadere negli stessi errori che il post si propone di combattere: la disinformazione, l’allarmismo, la cattiva divulgazione. 
Cercherò perciò di essere il più generica possibile per non creare fenomeni di allarmismo su un aspetto in particolare e, soprattutto, cercherò di fare al meglio il mio mestiere: lo scienziato. E cercherò di usare la mia preparazione per aiutarvi un po' a capire quando qualcuno sta facendo cattiva divulgazione scientifica, cercherò di dare a chi non ha una preparazione scientifica come la mia qualche indizio, qualche campanello d’allarme che si metta a suonare quando un post letto su internet o un articolo letto su un giornale è un esempio di disinformazione dannosa.

Partiamo dalle basi. Cos’è l’informazione scientifica? È l’informazione che passa da uno scienziato (un ricercatore, un dottorando, un professore) al resto del mondo. Poiché lo scienziato, spesso, non è un divulgatore, il passaggio dal ricercatore al mondo  non avviene in un passaggio solo.
Prima, lo scienziato comunica i suoi risultati alla comunità scientifica attraverso la pubblicazione su riviste scientifiche, scritte in inglese e consultabili (non sempre gratuitamente se non si fa parte del mondo accademico) on line. È un processo tutt’altro che immediato: l’articolo, per essere pubblicato su una rivista scientifica, deve superare “l’esame” di altri scienziati (si chiamano reviewers o peers) che prima di approvare la pubblicazione possono chiedere chiarimenti sulle metodologie, richiedere esperimenti di controllo, dati supplementari, confutare le analisi eseguite, confutare i risultati stessi se ritengono che gli esperimenti non siano stati condotti nel modo corretto, o confutare il modo in cui i risultati sono discussi e le conclusioni tratte dagli autori. La pubblicazione può richiedere anche due o tre revisioni progressive dell’articolo scientifico, e spesso gli articoli vengono poi rifiutati dalla rivista (gli editor della quale sono comunque scienziati) se i reviewers (anche loro scienziati) non si dichiarano soddisfatti di come l’autore ha risposto alle loro critiche. La pubblicazione scientifica è un passaggio di informazioni tra SCIENZIATI, tra addetti ai lavori, per così dire. L’articolo scientifico non è fatto per essere compreso da tutti, e non perché i “non scienziati” non siano abbastanza intelligenti per capirlo, ma perché è scritto in una maniera tale da richiedere una preparazione adeguata, spesso specifica, per essere compreso. Un biologo non comprenderà facilmente un articolo di fisica quantistica o di sociologia, e viceversa.
Da chi viene letto l’articolo quindi? Da altri scienziati, in primis. Scienziati che lavorano in accademia e che fanno i ricercatori a loro volta, ma anche clinici e personale dell’area medica che poi potranno utilizzare i risultati di quell’articolo, magari, per ideare terapie sperimentali innovative, o scienziati impiegati nel settore ricerca e sviluppo di industrie farmaceutiche, che magari sfrutteranno quei risultati per progettare nuovi farmaci… questi sono solo esempi. Tra chi legge gli articoli scientifici possono esserci anche persone che si occupano di DIVULGAZIONE, cioè che (per lavoro o per passione) si occupano di tradurre alcune di quelle informazioni tecniche e scientifiche in un linguaggio più comprensibile anche a chi non ha una preparazione, appunto, tecnico-scientifica. Perciò, per arrivare al privato cittadino non-scienziato l’informazione fa due salti: dallo scienziato al divulgatore, dal divulgatore al resto del mondo.

E qui sorge il primo problema. Il divulgatore può anche non essere uno scienziato: può essere un giornalista, può essere un blogger, può essere il responsabile marketing di un’azienda che pensa di poter profittare (direttamente o indirettamente) dei risultati di quelle scoperte, può essere un appassionato che scrive un post su facebook o un tweet. In casi fortunati questa persona può essere laureata in discipline scientifiche, ma potrebbe anche non esserlo. Per citare un estremo, la figura di “divulgatore” potrebbe anche essere ricoperta da uno che ha sentito l’amico/fratello/cugino che fa il ricercatore parlare di risultati suoi o di altri, ha capito l’otto per il diciotto e poi vi viene a riferire una notizia completamente falsa spacciandovela per scientificamente provata perché “l’ha detto il mio coinquilino che lavora all’Imperial College di Londra”. 
Qui arriva perciò il primo consiglio: chiedetevi chi è la figura del divulgatore e/o quanti sono i divulgatori coinvolti: quanti “salti” ha fatto l’informazione prima di arrivare a voi? Avete modo di saperlo? Chi sono le persone che hanno fatto rimbalzare la notizia? Quante possibilità ci sono che abbiano letto e capito la fonte originale dell’informazione? Magari non avrete modo di rispondere a nessuna di queste domande, ma già farsi venire il dubbio predispone ad un atteggiamento critico nei confronti dell’informazione stessa.

La divulgazione “ufficiale” viene fatta di solito tramite riviste di largo consumo, apposite o meno, affidabili o meno. Ma ad oggi la fonte primaria di divulgazione è sempre internet. Cosa troviamo su internet? Risposta: di tutto. Dai siti/blog di divulgazione scientifica fatti bene alle idiozie più colossali. Fare divulgazione scientifica oggi è facilissimo, soprattutto se i risultati hanno qualche collegamento con i problemi più attuali: esce un articolo scientifico focalizzato sullo studio delle conseguenze dei vaccini? Qualunque sia il risultato mostrato nell'articolo, mille blog scriveranno post su di esso, alcuni facendo un lavoro fedele di divulgazione dei risultati (semplicemente traducendo in linguaggio più colloquiale ciò che è scritto con terminologia troppo tecnica), altri travisando completamente il messaggio. Viene pubblicato un articolo che identifica nella cacca di gallo cedrone siberiano una molecola coinvolta nell’inibizione dei meccanismi metabolici che portano all’obesità (l’esempio è appositamente idiota per non essere scambiato per vero)? Immediatamente duemila blog scriveranno che spalmarsi la pancia di cacca di gallo cedrone siberiano fa dimagrire.
È su questo che volevo concentrarmi in questo post: come si fa a riconoscere chi fa divulgazione scientifica seriamente e chi invece (coscientemente o meno) fa disinformazione? Non è facile, ma ho intenzione di darvi qualche indizio. Ricordatevi però che sono solo questo: indizi, non certezze matematiche. Non è impossibile trovare post divulgativi ben fatti, quasi insospettabili, eppure responsabili di colossali truffe. La cosa davvero triste è che tutto ciò potrebbe essere fatto di proposito, con il preciso (e criminale) intento di creare allarmismo e paura, o di spingere le persone a spendere soldi e tempo in qualcosa, come terapie fai da te, rimedi omeopatici, visite da sedicenti specialisti, e chi più ne ha più ne metta, creando anche situazioni di pericolo per la salute delle persone.

Il primo indizio arriva proprio all'inizio: il titolo. Diffidate di titoli troppo sensazionalistici. Cosa intendo per sensazionalistici? Quelli che identificano troppo chiaramente una relazione causa-effetto, ad esempio. Quelli che non utilizzano nessuna cautela nel definire i benefici di un farmaco o di un alimento, o nel definirne eventuali effetti negativi. Diffidate dell’indicativo presente, in sostanza. Prendete questo esempio: nell’articolo scientifico originale gli autori traggono la conclusione che “la molecola ABC (contenuta in piccole quantità nell’alimento HJK) è coinvolta nella patogenesi della malattia XYZ”, in un post di divulgazione il titolo potrebbe essere “HJK causa XYZ!”. Il post non ha tecnicamente detto una falsità ma, mentre l’effetto del messaggio scientifico originale dovrebbe essere quello di usare moderazione e buonsenso nell’assumere l’alimento HJK, l’effetto del titolo del post divulgativo sarà quello di spingere le persone più impressionabili a bandire dalla propria tavola l’alimento HJK. Magari eliminare un alimento dalla propria dieta non è un gran problema, ma provate a pensare di ripetere lo stesso processo per tre o quattro molecole diverse e già la dieta finale della persona “impressionabile” potrebbe avere qualche conseguenza. Ancora più pericoloso potrebbe essere il processo inverso: “la molecola ABC (contenuta in piccole quantità nelle radici della pianta DFG) ha attività antitumorale” diventa “DFG cura il cancro!”. Che succede se poi persone malate si mettono in testa di curarsi solo con infusi di radici di DFG? E che succede se le radici di DFG, oltre alla molecola ABC, contengono anche molecole tossiche? Siamo solo al titolo (e a giudicare dagli inquietanti dati di analfabetismo funzionale, il titolo potrebbe essere l’unica cosa che alcune persone leggono) e già stiamo creando un mare di problemi. E tenete presente che già il messaggio originale conteneva un’affermazione all’indicativo presente che, vi assicuro, nel mondo scientifico è una rarità: i reviewers tendono a chiedere agli autori di mitigare le proprie conclusioni, usando ad esempio “potrebbe essere coinvolta” invece di “è coinvolta”, a meno che i dati non siano assolutamente inconfutabili e verificati su un numero di soggetti esorbitante.

Secondo indizio: osservate il linguaggio utilizzato, già nelle prime frasi del post. Il primo campanello d'allarme è la correttezza sintattica e grammaticale: ho notato che spesso chi scrive idiozie le scrive pure male. Il secondo campanello è, di nuovo, il linguaggio sensazionalistico: troppa certezza, troppo clamore nello sbandierare i risultati, troppa fiducia in ciò che i dati lasciano intendere non si addicono alla scienza. Scienza è mettersi in dubbio, è essere affascianti da ciò che si scopre senza sovrastimare le sue potenzialità, è fare un passo alla volta nella direzione della “verità” assicurandosi di non comunicare falsità, è mostrare i frutti del proprio lavoro con orgoglio senza cadere nella tentazione di attribuire loro significati che non hanno (ancora). Se il post vi comunica qualcosa di diverso, fatevi venire il dubbio. Non dico che debba per forza essere falso: per fare un esempio, i risultati finali positivi della sperimentazione finale di una nuova cura contro un tipo di tumore finora poco trattabile SONO un risultato eccezionale e saranno, anche in ambito scientifico, presentati come tali; ma quanti post o articoli riguardano davvero la “scoperta” di cure contro mali incurabili? Pochi. Terzo campanello: eccessiva generalizzazione: diffidate di chi scrive “cancro” senza specificare di quale tipo di tumore sta parlando, di chi scrive diabete senza specificare se di tipo I o II, di chi parla di problemi alla tiroide senza chiarire ulteriormente a quale delle decine di disordini tiroidei che esistono si sta riferendo, di chi usa frasi come “aiutare il metabolismo” (aiutare in che senso? Quale metabolismo?) o “bruciare grassi” (nel caminetto?), di chi utilizza il prefisso “bio”, che va tanto di moda, davanti a parole a caso ottenendo una stupefacente assenza di significato (mi è capitato di leggere “biobatteri intestinali”: che diavolo sono i bio-batteri?!)… potrei andare avanti ad oltranza e faremmo Natale. Il sunto è: fidatevi di più di chi identifica una patologia specifica, di chi usa un linguaggio corretto anche se non tecnico, di chi trasmette fiducia nella scienza senza clamore e di chi manifesta, sempre sulla scienza, legittimi dubbi senza per questo demonizzare tutto il mondo della ricerca. E di chi evita di inventarsi termini assurdi.

Cercate un link all’articolo scientifico originale, alla fonte. Non c’è? Diffidate. C’è? Apritelo. Spesso potrete leggere soltanto titolo, autori e abstract, se non vi collegate utilizzando un server accademico, però anche senza una conoscenza specifica dell’argomento (e anche senza una conoscenza approfondita dell’inglese, oserei dire) riuscirete, se non altro, a confrontare il titolo dell’articolo e il titolo del post: sembrano coerenti o il titolo del post è esagerato? O, addirittura, il titolo del post travisa completamente il titolo dell’articolo? Già questo confronto potrà darvi ulteriori indizi. Ma, da scienziata, vorrei cercare di darvi qualche strumento in più perciò ora fate attenzione: così come esistono pessimi esempi di esseri umani, esistono anche PESSIMI SCIENZIATI. Di conseguenza, esiste la CATTIVA SCIENZA. Purtroppo viviamo in un mondo imperfetto e anche la cattiva scienza può avere il suo spazio nelle pubblicazioni scientifiche, sia su riviste mediocri che, più raramente, su ottime riviste (se in qualche modo lo scienziato ha influenza sull’editor; so che è brutto  da dire, da parte di una persona che incita ad avere fiducia nella scienza, ma la scienza è fatta da scienziati che hanno tutti i difetti di ciò che sono: umani).
Cosa intendo per buone o cattive riviste?  
Le riviste scientifiche sono tantissime: possono essere generiche (broad audience, le chiamiamo, intendendo le riviste che pubblicano articoli interessanti per ogni “tipo” di scienziato, come Nature o Science) o settoriali, possono avere un grandissimo seguito o essere lette e citate solo da scienziati impegnati in quel particolare settore. Per distinguere le riviste migliori la comunità scientifica si è inventata diverse “metriche”, la più comune delle quali è l’IMPACT FACTOR, un indice che tiene conto di quanto gli articoli usciti su quella rivista vengono citati da altri articoli scientifici: in teoria, più un articolo è interessante e affidabile più viene citato in altri lavori, perciò più una rivista fa uscire articoli di buon livello più il suo impact factor sale. Non solo: più una rivista ha alto impact factor più avrà interesse nel mantenere il prestigio, perciò più sarà severa e selettiva nella scelta degli articoli da pubblicare, arruolando esperti di alto livello per revisionare gli articoli che le vengono proposti dagli scienziati di tutto il mondo. In questo modo la qualità delle ricerche pubblicate su quella rivista dovrebbe farsi progressivamente più alta, permettendole di essere sempre più citata. È una sorta di circolo vizioso, ovviamente soggetto ad errore umano e a eventuali simpatie o antipatie di editor e reviewers, ma IN TEORIA dovrebbe rendere la qualità degli articoli scientifici pubblicati su quella rivista direttamente proporzionale all’impact factor della rivista stessa. È un sistema imperfetto ma è il migliore che abbiamo, per ora. 
Perciò la domanda che dovete farvi è: su quale rivista è pubblicato l’articolo scientifico sul quale si basa il post che ho letto? A questo link potrete trovare gli impact factor di tutte le riviste scientifiche. Per farla breve, ci sono riviste ad impact factor altissimo, su cui è difficilissimo pubblicare (sono riviste broad audience come Nature, che se non ricordo male dovrebbe essere in testa alla classifica con un impact factor attorno a 42, o Science, Cell, Lancet, tutte le riviste della collana Nature e Nature Reviews che hanno  un impact factor maggiore di 30. Poi ci sono altre riviste, comunque molto prestigiose ma un po’ più settoriali, specialmente dell’area medica, con degli impact factor intermedi (per intenderci, riviste settoriali avranno impact factor ovviamente inferiori a quelle più generali, perché articoli settoriali saranno citati appunto all’interno dello stesso settore). Poi ci sono le riviste a basso impact factor, anche inferiori a 2 o 1. Ora, supponiamo di essere uno scienziato che ha in mano dei brutti risultati, e magari ha anche una buona dose di presunzione che non gli permette di apprezzare quanto il suo studio sia limitato o lacunoso: tenteremo di pubblicare su una rivista ad alto impact factor, che ci rifiuterà la pubblicazione (magari direttamente, senza nemmeno farlo passare dai reviewers), allora ripiegheremo su riviste di impact factor via via inferiori, fino a che non troveremo un editor distratto o poco serio e reviewers compiacenti, situazione che, verosimilmente, si verificherà su riviste a impact factor davvero basso. Ecco, questo è il meccanismo. È chiaro che uno scienziato potrà anche essere poco fortunato, incontrare reviewers poco onesti o editor prevenuti. Però, in generale, questo sistema tenta di garantire che su riviste molto lette e molto citate (quindi con alto impact factor) si pubblichino articoli di ottima qualità.
Mi sono dilungata, ma spero di essere stata chiara.

Voglio lasciarvi un ultimo consiglio: fate attenzione a come i post divulgativi che usano la parola CORRELAZIONE. È una parola pericolosissima, in bocca alle persone sbagliate. Statisticamente, correlazione tra due eventi significa che il verificarsi di un evento avviene contestualmente al verificarsi dell’altro, se la correlazione è positiva, oppure che il verificarsi di uno tende ad escludere il verificarsi dell’altro (correlazione negativa). NON SIGNIFICA CHE UNO DEI DUE EVENTI CAUSA L’ALTRO (o l’assenza dell’altro). Uno dei cavalli di battaglia della cattiva informazione scientifica è proprio questo: suggerire relazioni causali tra due eventi che, nell’articolo originale, sono stati riportati come correlati. La correlazione è pura osservazione degli eventi. Trovare una correlazione può essere un indizio di causalità, ma può anche non esserlo. Per sostenere una tesi di causalità devono essere presentate ben altre evidenze (esperimenti in vitro, prove su modello animale), non basta osservare che le due cose accadono insieme.
La correlazione è pericolosa e ingannevole anche per un altro motivo: una persona poco onesta e con un po’ di manualità nell’ottenere grafici riuscirà a farvi credere che determinati eventi sono correlati anche se non hanno nulla a che fare l’uno con l’altro. Mostrata una presunta correlazione (e una figura è più potente di mille parole), basterà suggerire velatamente che uno degli eventi possa essere causato dall’altro per impressionare e allarmare persone con meno spirito critico. Potrete trovare qui una trattazione molto bella di questo problema, ma cercherò di spiegarmi meglio con un esempio. Prendiamo un evento che abbia avuti un andamento crescente dagli anni cinquanta ad oggi: il numero di diagnosi di autismo nei bambini, ad esempio (uno a caso, eh). Quale sia la causa di questo andamento crescente non ci è dato sapere con certezza, ma so che gran parte della comunità scientifica fa notare come in realtà le scienze comportamentali abbiano subito una grande espansione negli ultimi decenni, identificando sempre più forme di sindromi autistiche e sviluppando metodi di diagnosi sempre più precisi e precoci: ergo, l’incremento non sarebbe tanto nella casistica quanto nel riconoscimento delle situazioni. Questo non è rilevante, comunque. Ora, prendiamo un qualunque altro evento che abbia subito un incremento dagli anni cinquanta ad oggi: ce ne sono a bizzeffe, a partire dall’utilizzo di fitofarmaci e fertilizzanti in agricoltura, inquinamento dell’aria, numero di televisioni nelle case, donne che lavorano fuori casa, alfabetizzazione e, perché no, numero di bambini vaccinati. Un buon grafico con qualche conoscenza di statistica riuscirà a farvi vedere una correlazione tra uno qualsiasi di questi eventi e l’incremento delle diagnosi di autismo. È facilissimo, basta giocare un po’ con la scala di rappresentazione dei due eventi. Potrei farvi vedere che l’incremento delle diagnosi di autismo è correlato all’incremento nel numero di nidi di piccione sotto le tegole delle case, se volessi; non significa che i due eventi abbiano davvero qualcosa a che fare l’uno con l’altro. Prima di essere squartata da eventuali antivaccinisti in ascolto: è vero, non posso escludere a priori che i vaccini abbiano avuto un ruolo nell’eventuale incremento nella casistica, per carità. Anzi: essendo uno scienziato e, pertanto, intrinsecamente portata a seguire indizi e farmi domande, mi chiedo se i due eventi siano davvero legati e se uno può essere la causa dell’altro. È questo che fanno gli scienziati. È questo che la comunità scientifica sta facendo da anni: si è fatta delle domande e ha disegnato studi sempre più ampi e sempre più mirati a valutare il legame tra autismo e vaccini e no, finora non è stata dimostrata nessuna correlazione reale o relazione causale tra i due eventi.


Detto questo ci tengo a precisare una cosa: non sono un medico, non sono un’impiegata in una ditta farmaceutica, non ricevo nessun tipo di incentivo per dire quello che ho detto. Sono una microbiologa, lavoro in università e studio gli ecosistemi batterici complessi, soprattutto quelli legati al corpo umano come il microbiota intestinale e il suo rapporto con la salute umana. Ma prima di tutto e soprattutto, sono una che ama la ricerca e tutto ciò che questo rappresenta: il continuo mettersi in dubbio, il continuo studiare ciò che altri hanno scoperto, la possibilità di togliere quel mattoncino in più dal muro dell’ignoranza.  E la cattiva informazione è peggio dell’ignoranza.

domenica 14 febbraio 2016

Neve e caffè - Pamela&Flavio

“Apri, per favore. Ho le braccia piene, non so dove ho le chiavi.”
Flavio sorrise al citofono, aprì la porta del condominio poi uscì dall’appartamento per correre incontro a Pamela sulle scale. Si incrociarono sul pianerottolo del primo piano e Flavio le prese dalle braccia un grosso scatolone; Pamela respirò.
“Grazie. Era pesante.”
“Freddo fuori?” chiese Flavio.
“Si gela.”
“Melania?”
“Con mia madre. Ho pensato di prendermi una serata, magari andiamo al cinema: è quasi di un mese che non usciamo.”
Flavio, che intanto era arrivato alla fine delle scale, lasciò passare Pamela, poi entrò nell’appartamento e si richiuse la porta alle spalle con un calcio.
“Ok. Io devo ancora farmi la doccia, però. Tu intanto inizia a sistemare un po’ delle tue cose, ti ho liberato metà dell’armadio.”
“Ok, tranquillo.”
Pamela seguì il suo ingresso in bagno con la coda dell’occhio.
Jeans da lavoro ancora integri. Dovevano essere stregati, non c’era altra spiegazione.
Sorrise tra sé e lasciò cadere la giacca umida sul divano. Una pioggia gelida aveva iniziato a cadere dal cielo scuro e minacciava di trasformarsi in neve durante la notte; Pamela guardò fuori dalla finestra e si costrinse a non sentirsi in colpa per aver lasciato Melania dalla nonna. Era improbabile che cadesse tanta neve da impedirle di mettersi in strada la mattina successiva per tornare da lei.
Cominciò a togliere alcune cose dallo zaino per metterle nell’armadio. Quei maglioni e pantaloni pesanti che si accumulavano sul ripiano facevano sembrare giugno ancora molto lontano, e con esso, anche il matrimonio - per cui la famiglia di Flavio stava già letteralmente andando in crisi isterica, mentre il Vecchio si era chiuso in un ostinato, e chiaramente emozionato, silenzio - sembrava un obiettivo quasi irreale. Non vivevano ancora insieme, ufficialmente, ma Pamela aveva già iniziato a pensare a quell’appartamento come a “casa”: era stato naturale portare qui parte delle proprie cose.
E delle cose di Melania, pensò, tirando fuori dallo scatolone la coperta che Sabrina aveva regalato ad entrambe per il loro primo Natale. La lanciò sul lettino che ora troneggiava nell’angolo della camera da letto, dove prima c’era la scrivania di Flavio. Era successo all’improvviso: un giorno era arrivata e la scrivania era sparita, volata sul soppalco/ripostiglio che prima ospitava solo un mucchio di cuscini, una vecchia televisione e la play station di Flavio. Il soppalco era stato ripulito delle cianfrusaglie ed era diventato uno studio, e Melania aveva guadagnato quel - discutibile - posto d’onore a pochi metri dal lettone.
Pamela ancora si chiedeva dove fosse la fregatura.
Il gattone rosso che regolarmente saltava a dormirle sui piedi sembrava un ben misero contrappasso per tutto ciò che aveva ricevuto dal destino negli ultimi due anni.

Flavio uscì dal bagno e trovò Pamela che già si stava cambiando per uscire.
“Pensavo volessi andare al cinema. Non è un po’ presto?”
Pamela gli sorrise, sbucando dal collo alto di un maglione nero aderente. Le gambe lunghe erano ancora nude.
“Andiamo prima a prendere un aperitivo, o a fare un giro,” disse avvicinandosi e facendogli scivolare le braccia attorno al collo. I capelli sulla nuca erano ancora umidi. “Ho voglia di uscire e mi sento in colpa a tenerti sempre in casa per colpa di Melania.”
Flavio alzò gli occhi al soffitto, sbuffando, poi afferrò Pamela per le gambe e se la caricò in spalla; Pamela strillò, ridendo.
“O la smetti o ti lancio sul letto e ti faccio il solletico finchè non implori pietà.”
Pamela si contorceva ridendo.
“No, ti prego, ti prego…”
Flavio la rovesciò sul letto poi le bloccò i polsi ai lati del viso. Il viso di lui era a pochi centimetri da quello di Pamela, e nei suoi occhi danzava un sorriso.
“Se hai voglia di uscire, usciamo. Ma non dire che lo fai per me.”
Pamela si allungò per baciarlo.
“Ok,” sussurrò.
“Per me possiamo anche stare tutta la sera a mettere i tuoi libri nella libreria. Non è un problema.”
Pamela si mise a ridere.
“Per quelli non basterebbe una sera! Ma per tua fortuna non li ho ancora portati.”
“E allora nello scatolone cosa c’era?”
Pamela sgusciò via da lui, ridendo.
“Vieni!”
Corse in cucina, a piedi nudi e indicò qualcosa sul ripiano vicino al fornello. Flavio arrivò un minuto dopo e notò ciò che prima non c’era: una macchina per il caffè espresso. Anzi: la macchina per il caffè espresso, quella che lui le aveva regalato per Natale, quando ancora Pamela pensava che la sua vita fosse troppo complicata per poter includere anche lui.
La loro macchina del caffè.
Flavio le sorrise.
“Adesso la senti come casa tua?”
Pamela annuì.
“Sta bene lì, no?”
Flavio finse di valutare la resa estetica del nuovo elettrodomestico, poi scosse la testa.
“No, manca qualcosa.”
Velocissimo, acchiappò Pamela per la vita e la sollevò, mettendola a sedere sul ripiano, di fianco alla macchina per il caffè. Pamela rise, attirandolo verso di sé e Flavio si sistemò tra le sue gambe nude, accarezzandole piano piano.
“Adesso è perfetta,” mormorò sulle labbra di lei, “Penso che dovrò tenerti qui, altrimenti manca qualcosa…”
“Qui, sul ripiano della cucina, intendi?”
La domanda era scherzosa ma Flavio ci mise un po’ a rispondere, impegnato com’era a far scivolare le mani dalle ginocchia alla vita, lentamente, insinuandole sotto al maglione.
“Sul ripiano, sul tavolo, sul divano, sul letto,” elencò lui, torturandole il collo con le labbra. Nella sua voce c’era divertimento, serenità, e anche qualcosa di più. “Dove vuoi, come vuoi: basta che tu ci sia.”
Pamela inghiottì il nodo di emozioni che all’improvviso le aveva chiuso la gola.
“Non vado da nessuna parte. Ma sono un po’ ingombrante come soprammobile,” mormorò.
La frase era formulata al singolare, ma tutti e due sapevano a cosa si stava riferendo Pamela. L’ormai logorroico avvertimento, l’ombra di paura sempre in agguato: che insieme a lei c’era una bambina, che la bambina non era sua, e che prendere una significava dover prendere anche l’altra. Un accordo davanti al quale molti sarebbero scappati.
Flavio strinse possessivamente le mani sui glutei di Pamela: quando entravano in quel discorso era sempre come se lei, impercettibilmente, tentasse di scivolargli via tra le dita come neve sciolta.
“Senza di voi non ci sarebbe niente qui.”
Qui, in questa casa.
Qui, nel mio cuore.
Flavio la baciò, schiacciandosi contro di lei.
“Siamo già una famiglia. Il fatto che stasera sia contento che siamo solo noi non vuol dire che questo posto sia completo senza di lei.”
Pamela finì di slacciargli la camicia e accarezzo quella pelle nuda, in silenzio per il timore che la voce tradisse le lacrime di gratitudine che volevano uscire ogni volta che lui le parlava in quel modo.
Quando fu sicura di poter parlare di nuovo sollevò le braccia sopra la testa, invitandolo a sfilarle il maglione.
“Allora approfittiamo di questa serata, che domattina le ho promesso di tornare a prenderla per una colazione al bar,” sussurrò.

“Mi sa che abbiamo perso lo spettacolo.”
Pamela era persa nel calore della pelle di lui: la schiena appoggiata al suo petto, la testa sul suo braccio, le loro gambe intrecciate. La luce tenue dei lampioni entrava dalla finestra, illuminando i fiocchi di neve che avevano iniziato a cadere. Sul pavimento, di fianco al divano su cui erano sdraiati, c’erano una bottiglia di vino ancora a metà e due bicchieri: uno si era rovesciato, dovevano averlo urtato senza accorgersene.
“Lo abbiamo dato noi, lo spettacolo,” mormorò Pamela, accennando alla finestra della casa vicina, dalla quale chiunque avrebbe potuto osservare comodamente cosa era successo dentro la loro cucina. L’appartamento di Flavio non aveva tende.
Non ancora, pensò Pamela. Era l’unica cosa su cui si sarebbe impuntata prima di trasferirsi ufficialmente: abituata a vivere in campagna, non le veniva naturale pensare che qualcuno avrebbe potuto vederla mentre girava per casa seminuda.
Flavio ridacchiò.
“Là ci vive una vecchietta che sarà a letto almeno da due ore.”
“Se lo dici tu…”
Il ragazzo la costrinse a voltarsi verso di lui. Nella penombra i suoi occhi brillavano di un’emozione quasi infantile.
“Non preoccuparti,” disse. “Ho iniziato a fare dei disegni.”
Pamela sollevò un sopracciglio.
“Per le tende?”
Ci voleva un progetto per mettere su le tende?
Flavio rise.
“Per il fienile.”
Pamela ci mise due minuti buoni a capire che lui si stava riferendo al vecchio fienile dietro casa dei suoi genitori. Spalancò gli occhi.
“Pensi che i tuoi ci permetteranno di ristrutturarlo? Ci vorrà del tempo, e dovremmo fare un po’ di sacrifici, ma…” Flavio parlava in fretta, eccitato come un bambino e, allo stesso tempo, quasi impaurito da quella che avrebbe potuto essere la reazione di lei.
Pamela lo azzittì con un bacio.
“Dov’è la fregatura?” mormorò ridendo.
Flavio sorrise.
“La fregatura è che adesso non mi va per niente di uscire, ma oggi non ho fatto la spesa e in casa ho solo un pacchetto di patatine.”
“Poteva andare peggio,” rispose Pamela, “poteva essere finito il vino.”



NOTA:

Non ho mai vissuto particolarmente la festa di San Valentino, non l'ho mai sentita come speciale, e questo è il motivo per cui non ho esplicitamente ambientato questa scena con Flavio e Pamela nella serata a San Valentino. Tuttavia crescendo ho imparato che la vita ci mette davanti tante prove, tanti imprevisti, e ogni occasione può essere bella per festeggiare, anche perchè poi, magari, durante le feste a cui tieni, ti tocca stare a casa perchè un bimbo è malato, o andare al pronto soccorso perchè il nonno è caduto, o semplicemente ci sono altri guai, altri problemi che calamitano la tua attenzione. Perciò non mi vergogno ad augurare a chiunque abbia qualcuno da amare oggi, Buon San Valentino!



mercoledì 27 gennaio 2016

Comunicazioni di servizio



Tra una trasferta all’estero e gli impegni quotidiani non ho avuto tanto tempo per pensare a come e cosa scrivere in questa occasione, perciò sarò telegrafica:

       PUNTO PRIMO: è uscito oggi, con un giorno di anticipo, il mio libro “Mi sei capitata per caso”, che potete trovare cliccando sull’immagine della copertina qui a fianco, a 0.99€, disponibile anche su Kindle Unlimited. Non è uscito un giorno prima perché sono una burlona, ma perché sono un’imbecille e ho fatto casino con il caricamento su Amazon. Vabbè, ormai è fatta, spero che vi piaccia e che possa strapparvi qualche risata! Ho creato anche la pagina di goodreads, la potete trovare qui.Vi lascio anche un video dalla playlist del romanzo, che poi in realtà è stata la playlist di molte altre mie storie perché sono una persona dagli affetti musicali duraturi e ossessivi.


-    PUNTO SECONDO: In occasione dell’uscita vi faccio un altro regalo: una fanfiction su Di Carne e Di Carta, di Mirya, che ho scritto in occasione del concorso che Mirya ha indetto sul suo blog. Potete trovarla al solito posto, qui.Una piccola premessa: non sono solita usare la scrittura per “sfogare” i miei sentimenti. Scrivo prevalentemente per divertimento. Questa volta, più per caso che per intenzione, scrivere mi è servito per esorcizzare qualcosa perciò no, non c’è un intento sadico nel farvi piangere, è venuta così e basta. E ho chiesto a Mirya il permesso prima di pubblicarla. Anche per questa, vi lascio la colonna sonora.




 Infine (PUNTO TERZO): voglio The Raven King e voglio Ronan. Nonché: Baraldi è colpa tua. 

mercoledì 13 gennaio 2016

Mi sei capitata per caso - Cover e data di uscita



Ed eccola qui, finalmente, la cover più travagliata di sempre. Ho dovuto arrendermi all’evidenza di essere una fotografa da quattro soldi, assolutamente incapace di ottenere una foto decente che davvero riproducesse le atmosfere natalizie di Bologna, perciò ho dovuto cambiare idea e sperare che siano le mie parole, scritte nel libro, a trasportarvi in una città che per me, anche dopo una vita, a Natale diventa sempre e comunque magica.
Per la copertina mi sono affidata a qualcuno di più bravo di me e le ho chiesto di creare qualcosa di ironico e colorato, che invece riprendesse un po’ il carattere della protagonista e questo è il risultato che ho subito adorato. Spero che vi piaccia!

Il libro sarà in vendita su Amazon il 28 Gennaio, al mio ritorno da un breve viaggio di lavoro durante il quale non potrei avere accesso continuativo ad internet e mi dispiacerebbe non riuscire a seguire bene ciò che succede e leggere subito i vostri, eventuali, commenti.

Per festeggiare la copertina però voglio farvi un regalo, oggi: voglio presentarvi Flavio.

“Flavio aprì la porta, chiaramente docciato di fresco, in jeans e maglietta e con i capelli umidi che gli si appiccicavano alla fronte. Vedendo che lo guardavo senza dire niente o fare cenno di voler abbandonare il territorio neutrale del pianerottolo, si appoggiò con un gomito allo stipite e tentò di mettere insieme un’espressione ammiccante, ma il suo solito sorriso allegro senza pretese o falsità, e la serenità insita nei suoi occhi, rovinavano l’effetto “calendario sexy”.
Quello che vedevo mi piaceva così tanto che feci fatica a tirare fuori una battuta per smontarlo.
“Cos’è, la prova per la foto del mese di giugno?” brontolai, accennando con la mano al suo metro e ottanta spalmato sullo stipite della porta.
Lui scoppiò a ridere forte e mi afferrò la mano per tirarmi dentro casa. Mi fermai all’ingresso e, per qualche ragione, ci scontrammo mentre lui tentava di richiudere la porta alle mie spalle; ridendo, mi trovai incastrata tra lui e la porta. Flavio appoggiò le mani sull’uscio, ai due lati del mio viso.
“E adesso?” domandò, continuando a sorridere allegramente.”



sabato 9 gennaio 2016

L'odiosa domanda

Beh, se siete qui a leggere posso supporre che, al 90%, sarete amanti dei libri quanto me (per il semplice fatto che non ho amici che NON leggono, perciò è una previsione che non richiede grosse doti di statistico). Di conseguenza, posso supporre che anche la maggior parte di voi, alla domanda “qual è il tuo libro preferito?”, cominci a contare da 100 all’incontrario saltando i numeri primi per racimolare un briciolo di pazienza.
Se tra i lettori c’è, per puro caso, un “ospite” che almeno una volta nella vita è stato così ingenuo da fare questa domanda a un vero lettore se lo lasci spiegare: non volete DAVVERO fare iniziare questa conversazione con un vero lettore. È semplicemente impossibile che voi abbiate abbastanza tempo di ascoltare l’eventuale risposta.


Anche le varianti della domanda non brillano: “Qual è il libro a cui sei più affezionata?” (mi innamoro di un libro, o di un suo personaggio, almeno quattro volte al mese), “Qual è il libro che secondo te una persona DEVE leggere?” (una persona DEVE leggere. Punto. Poi che legga quello che vuole, mica posso costringere qualcuno ad amare ciò che io amo), “Qual è un libro che ha fatto la storia secondo te?” (Bah.), “C’è un libro che ti ha cambiato la vita?” (può darsi, ma non credo che potrei identificarlo: sono la somma delle centinaia di libri che ho letto, così come ogni essere umano è la somma delle esperienze che ha fatto), “Quale libro mi consigli di leggere?” (i casi sono due: o ci conosciamo relativamente bene, e allora ti ho già coperto di titoli, o non ci conosciamo abbastanza perché io possa ipotizzare cosa potrebbe piacerti. Non ci sono vie di mezzo: un lettore condivide appena può, se non l’ha ancora fatto è perché non ti conosce abbastanza bene per rompere i coglioni impunemente).

Di recente però mi è stata posta “l’odiosa domanda” con sufficiente sforzo creativo da costringermi a premiare l’impavido.
“Immagina che un asteroide stia per colpire la terra e che tu sia tra i prescelti che devono riempire un caveau con i romanzi da salvare dal cataclisma. Ne puoi scegliere quattro o cinque. Quali scegli?”
Ok. Magari definirla “creatività” è un po’ eccessivo. Ma almeno, da non lettore, il povero piffero ha fatto lo sforzo di ricamare una pseudostoria attorno alla solita domanda, ecco. Sarei stata davvero poco gentile a non contraccambiare l’impegno.
Ovviamente ho proposto di riempire quel dannato caveau di e-reader pieni di e-book, ma l’interlocutore, ridendo, ha sostenuto che “l’onda elettromagnetica scatenata dall’impatto avrebbe distrutto i dispositivi elettronici”. E niente, ci voleva il cartaceo.
Ho subito giocato a rialzo puntando su “almeno sei o sette romanzi”, utilizzando edizioni super-economiche, stampate su carta da culo e poco ingombranti. Poi, finite le trattative, ho dovuto scegliere.
I primi titoli sono stati facili.
Le nebbie di Avalon” (Marion Zimmer Bradley), il mio libro-coperta di linus, che mi ha accompagnata in tutti i miei viaggi (prendendo spesso il posto di un utile paio di scarpe, prima dell’avvento degli e-reader). Non mi allontano per più di qualche giorno da questo libro. Ho dormito con lui sotto al cuscino nei momenti più difficili della mia vita. L’ho letto un numero di volte tale da essere imbarazzante e la mia copia è ormai ridotta ad un ammasso di carta informe mangiato dai cani, eppure ha un posto d’onore nella mia libreria, senza vergogna per il proprio aspetto.
American Gods” (Neil Gaiman), un libro che mi ha strappato un pezzo di anima e me l’ha restituita cambiata.
La gang dei sogni” (Luca di Fulvio), un amore più recente, più adulto, ma non per questo meno intenso. Non sopporterei che un libro del genere andasse perduto, sarebbe un crimine contro l’umanità.
Ed eravamo a tre e già mi sentivo male.
Mi sono sentita in dovere di pensare a qualcosa che potesse essere annoverato tra i “classici”. Ho ripensato all’infanzia, ai sogni ad occhi aperti, all’amore romantico: scegliere “Via col vento” o “I tre moschettieri”? Come paragonarli? E come lasciare fuori “Piccole donne” che mi aveva cresciuta? Mi sono ripetuta la domanda e ho pensato che avrei dovuto scegliere qualcosa che magari altri non avrebbero salvato, qualcosa che rappresentasse di più i miei gusti e ho sparato “Emma”, non il più famoso di Jane Austin, ma il mio preferito per l’ironia più marcata (e un protagonista maschile più figo) degli altri.
Poi… facciamo che Harry Potter lo salva qualcun altro, vero? No, perché già quelli sono sette e non vorrei davvero essere costretta a sceglierne uno (Anche se ho un debole per l’Ordine della Fenice, come molti).
Eravamo a quattro.
“Dio di Illusioni” (Donna Tartt). Uno sparo istintivo, che non saprei giustificare.
E cinque.
Il giardino segreto”. Non ha senso un’infanzia senza leggerlo.
Sei. Mi restava un ultimo colpo. Chi scegliere?
Anne Rice? (Intervista col vampiro mi aveva stregata, a suo tempo)
Terry Pretchett? (ma come sceglierne solo uno?)
Virginia de Winter? (un pezzo di cuore)
David Leavitt?
Niente, contro il buonsenso che mi diceva di non scegliere due libri dello stesso autore, ho seguito il cuore e l’istinto e puntato il dito su “L’erede di Hastur” (Marion Zimmer Bradley). Perché Darkover è la saga che mi ha iniziata al fantasy, una saga al pari di cui ancora oggi fatico a trovare qualcosa, una storia che si dipana su tanti secoli, con eleganza e originalità, intensa e ricca. È una saga che forse a pochi verrebbe in mente di salvare: la Bradley è morta da diversi anni, la storia è stata continuata da altre autrici (con risultati passabili, ma di livello inferiore), alcuni dei libri non vengono ristampati da parecchio e forse ci sono tanti che non sanno nemmeno di cosa sto parlando. Ma alla luce rossa del sole di Darkover alcuni hanno sognato come me: pietre dai bagliori azzurri, fermagli a forma di farfalla, ciocche di capelli rossi, gioielli di rame.
A loro: S’dia shaya, vai domyn.
A tutti gli altri: buonanotte.


PS. Alla fine del colloquio io avevo sudato sette camicie, e l’impavido ha ammesso di non conoscere nessuno dei titoli nominati, a parte “Il giardino segreto”. A sua difesa, si è segnato un paio di titoli sull’agenda. Chissà.

mercoledì 23 dicembre 2015

La cosa più difficile



Ho letto di recente “The art of asking” di Amanda Palmer e l’ho adorato, è un libro che consiglio a chiunque, anche alle persone, come me, che non si sono mai fatte problemi a chiedere aiuto quando ne avevano bisogno. Non sono una persona che si chiude in se stessa, che aspetta che siano gli altri a capire che ho bisogno di aiuto o che ho bisogno di un abbraccio: lo chiedo, con la consapevolezza che gli altri hanno diritto di rispondere di no. “Chiedere è lecito, rispondere è cortesia”: nessuno ha mai detto “rispondere di sì è cortesia”. Perciò per me il problema non è mai stato chiedere, anzi sono convinta che sia una grande risorsa in momenti di crisi.
Il mio problema è il non sentirmi in colpa quando gli altri rispondono SI. E questo è un altro aspetto importante della questione, di cui mi sono resa conto leggendo “The art of asking” e sui cui avevo sempre riflettuto poco.
Chiedere può essere difficile.
Accettare, senza sentirsi in colpa, può esserlo ancora di più.
Quando qualcuno mi aiuta, o mi ascolta, anche se so che avrebbe altro da fare, altro per la testa.
Quando mia madre si prende un permesso dal lavoro al posto mio e va prendere uno dei bambini perché c’è stato un imprevisto, perché io lavoro più lontano e mi muovo in treno e ci metterei due ore a tornare a casa.
Quando mia suocera tiene i bambini nei pomeriggi liberi, lei che con i bambini ci lavora tutti i santi giorni so che, davvero, ne ha le palle un pochino piene.
Quando mia nonna fa il minestrone per i bimbi, o le patate al forno, o la torta che a loro piace per colazione, perché io arrivo a casa tardi e non ho tempo di cucinare.
Sono una mamma che lavora a tempo pieno, ho la fortuna di avere una famiglia che mi aiuta e non mi faccio problemi a chiedere aiuto, ma poi mi sento in colpa, perché so che in fondo i figli sono miei, il cane è mio, e anche quelle camicie che mia nonna stira (guardando La Vita in Diretta in televisione, Cristo Santo, ma quei sei neuroni che ha ancora buoni non li potrebbe preservare?) delle volte sono mie. Sarebbero tutte mie responsabilità, mie cose da fare, mie situazioni da gestire (cioè, NOSTRE, perché ho anche un marito). Mi sento in colpa perché penso che i nostri genitori hanno fatto a loro volta i genitori trent’anni fa, si sono gestiti le proprie situazioni, i figli, le cose da stirare, i minestroni da preparare, e non è giusto che adesso si ritrovino pure le nostre rotture di scatole sul groppone: questo dovrebbe essere il momento in cui, con i figli cresciuti e fuori di casi, possono godersi un po’ di meritata pace.
La colpa è un sentimento orribile, parassita, velenoso. È il sentimento che più odio in assoluto, e anche l’odio è un sentimento ma lo considero più produttivo della colpa. Ecco qual è il problema della colpa: non è produttivo, non riesce a spronarti a fare qualcosa di più, non ti aiuta a risolvere la situazione, avvelena le gioie e basta.
Perciò è da questo mio odio che nasce il mio augurio di Natale per tutte le persone che questo post riuscirà a raggiungere, e che magari soffrono della mia stessa, debilitante tendenza al senso di colpa: vi auguro di riuscire a sentirvi meno in colpa, qualunque sia la parte della vostra vita che rischia o può rischiare di essere stritolata da questo parassita.
Non permettetelo.
Non sentitevi in colpa se siete malati e qualcuno si prende cura di voi. Se lo fa, vi vuole abbastanza bene da non sentirlo come un peso.
Non sentitevi in colpa se avete bisogno di parlare e qualcuno vi ascolta. Se resta lì vuol dire che considera le altre cose da fare trascurabili rispetto al desiderio di stare con voi, di darvi conforto, di ascoltarvi, di farvi sentire amati.
Non sentitevi in colpa se state bene e siete felici, nonostante qualcuno che voi conoscete è triste o sta vivendo un periodo difficile. A meno che non siate voi la causa di quel problema, questa colpa non ha ragione di esistere: non risolverete i problemi di salute di qualcun altro ammalandovi anche voi, non risolverete la sua depressione reprimendo la vostra gioia.
Non sentitevi in colpa se la vostra famiglia vi aiuta, se i vostri genitori vi danno una mano nella gestione della famiglia: a loro volta, forse, hanno avuto l’aiuto dei vostri nonni, o lo avrebbero desiderato.
Fatevi un regalo questo Natale: chiedete, perché, come dice Amanda Palmer, meritate di farlo, ne avete il diritto, tutti lo hanno. E, ancora più importante, accettate, senza sensi di colpa, ogni abbraccio, ogni aiuto, ogni pacchetto luccicante che la vita vi fa trovare sotto l’albero.
Accettate, non perché in passato avete dato o perché vi ripromettete di dare in modo equivalente in futuro: mettete via la calcolatrice. Accettate e basta, tutto il resto verrà da sé: la gioia, il sollievo, il conforto non avvelenati dal senso di colpa vi renderanno incapaci di non dare a vostra volta, nel momento in cui sarete nella condizione di farlo.
Buon Natale a tutti!